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Sette giorni per i lupi Sette giorni per i lupi (RVH, #2)
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Ascesa alle Tenebre Ascesa alle Tenebre (RVH, #1)
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RVH II - Director's cut (Il racconto di Atropo)

Il signor Lambert, industriale francese di notevole successo, con una famiglia orribile alle spalle, è stato uno dei miei "clienti" più particolari. Fastidioso, se vogliamo. La sua esecuzione mi ha lasciato con un vago senso di colpa, qualcosa che nel mio lavoro è sempre meglio non provare. 
Giudicate un po' voi.

 

Ero stato contattato dal figlio, pensate un po’, intorno agli anni Ottanta del secolo scorso. 1900, intendo.

A quel tempo, quando l’era di Internet e delle e-mail non si era ancora affacciata all’orizzonte, era normale per me incontrare di persona i committenti dei miei lavori, dopo un primo contatto telefonico. L’incontro in questione avvenne nel ristorante di un famoso Hotel di Nizza, in Francia, dove la famiglia Lambert viveva e prosperava. Individuai il mio uomo appena entrato nel locale. Era l’unico solo a un tavolo, e soprattutto nessun altro si stava torcendo nervosamente le mani con il labbro superiore imperlato di sudore. Devo dirlo, lo odiai all’istante. Mi faceva ribrezzo come aspetto, come modi, come tempra morale, tuttavia ero in un periodo non troppo fortunato della mia carriera lavorativa e avevo bisogno di un lavoro semplice e ben pagato come quello. Sei milioni di franchi, corrispondenti a circa un milione di Euro di oggi, non erano una cifra da sottovalutare.

Lo raggiunsi al tavolo e mi sedetti di fronte a lui senza mai togliergli gli occhi di dosso, senza sorridergli, congiungendo le punte delle dita davanti a me e aspettando che fosse lui a intavolare il discorso. Un uomo che desidera uccidere il padre istintivamente non incontra le mie simpatie e avevo intenzione di rendergliela difficile. Lui trasalì e si guardò intorno spaventato, come a voler cogliere le reazioni degli altri commensali alla mia comparsa. Nessuno pareva aver dato molto peso alla cosa. Indossavo gli occhiali neri e per il momento non avevo nessuna intenzione di togliermeli. Che si sentisse pure sotto pressione, il bastardo.

«Ehm… monsieur… Atropo?» bisbigliò il molliccio, sporgendosi verso di me sulla sedia.

Un secco cenno di assenso era il massimo che fossi disposto a concedergli.

«Piacere di conoscerla, sono Jean Lambert.» Allungò una mano sudata verso di me ed io mi limitai a guardarla per un attimo con aria vagamente schifata fino a quando la ritirò di scatto, come se si fosse appena scottato. Fummo interrotti dall’arrivo di un cameriere. Io ordinai un bicchiere di vino rosso, lui ostriche e vino bianco.

«Dovrebbe provarle, sono sempre freschissime.»

«Seguo un tipo di dieta completamente diverso, mi dispiace» risposi, e, nel farlo, mostrai per un attimo i canini. È sempre uno spasso notare la loro prima reazione. Nel suo caso era chiaro che, fino a quel momento, non aveva creduto che io fossi davvero quello che si diceva che fossi. La bocca gli si spalancò e lui rimase a fissarmi con quello sguardo ebete per un buon paio di minuti.

«Oh mio Dio, io credevo… pensavo… non immaginavo che davvero…»

«Vogliamo parlare di affari, monsieur Lambert, o ha intenzione di fissarmi per tutta la sera come se fossi un fenomeno da baraccone?»

Il cameriere ritornò portando le ostriche e il nostro vino. Lui le guardò pensieroso per un attimo, poi l’appetito prese il sopravvento e la prima finì risucchiata nella sua bocca con un rumore che trovai alquanto repellente. L’odore dei frutti di mare, inoltre, è qualcosa che mi ha sempre disturbato parecchio. Smisi di respirare seduta stante e mi appoggiai con la schiena contro lo schienale della poltrona rosa fucsia, per allontanarmi il più possibile dalla fonte di quell’olezzo disgustoso. Mi guardai intorno per un attimo. Il Negresco era uno degli alberghi più lussuosi in cui fossi mai entrato, con spazi immensi arredati con gusto impeccabile ma nello stesso tempo originale. I tavoli, disposti alla giusta distanza gli uni dagli altri, permettevano di conversare senza disturbare o essere disturbati; i lampadari a gocce di cristallo fornivano un’illuminazione vivace ma non fastidiosa. Solo quattro o cinque tavoli oltre al nostro erano occupati; le conversazioni si svolgevano a un volume quasi impercettibile.

Lambert si bloccò con un’ostrica in mano e impallidì, forse rendendosi conto per la prima volta del genere di affari che era venuto a intavolare. Guardò la conchiglia con le sopracciglia aggrottate e poi la appoggiò di nuovo nel piatto, tamponandosi la bocca col tovagliolo in un gesto lezioso che me lo fece odiare ancora di più.

«Gli affari. Certo. Ha compreso la natura dell’incarico che vorrei affidarle, monsieur Atropo?»

«Uccidere suo padre.»

Sgranò gli occhi e deglutì, saettando intorno a sé lo sguardo terrorizzato. Non potei fare a meno di sorridere. Patetico, codardo di un umano.

«E-esatto. Lei… è disposto a… assumere l’incarico?»

«Come ha avuto il mio nome, Lambert? E’ curioso che uno come lei sappia di uno come me.»

«Io… certi amici altolocati mi hanno parlato di lei… della sua efficienza… della sua precisione…»

«Quali amici?»

Non mi aspettavo una vera risposta, sapete, stavo giocando per tenerlo un po’ sulla corda, ma lui prese molto sul serio la mia domanda e si sporse tutto in avanti, facendomi un cenno con le dita per invitarmi a fare lo stesso. Il massimo che ottenne fu un sopracciglio inarcato.

«Un amico al Ministero dell’Interno…»

«Prego?» avevo sentito benissimo, in realtà, ma mi stavo divertendo troppo.

Altra occhiata terrorizzata in giro, altro bisbiglio. Al terzo tentativo gli concessi la grazia e annuii, tornando a congiungere le punte delle dita davanti a me. Lui parve afflosciarsi sulla poltrona e si appoggiò allo schienale.

Lo studiai con attenzione. Non molto alto, capelli chiari, snello, occhi pallidi e un po’ sporgenti in un viso che lo faceva apparire più giovane di quello che in realtà fosse. Cercava di mantenere un’espressione annoiata, ma senza riuscirci. Desiderai che fosse lui l’obiettivo del mio lavoro, l’avrei fatto anche gratis.

«Ha portato il materiale che le ho chiesto?» gli domandai. Lui annuì, estrasse un fascicolo dalla valigetta ai piedi del tavolo e me lo allungò con mossa furtiva. Lo lasciai con la mano a mezz’aria per qualche istante, poi mi decisi a sfilarglielo e lo aprii. Il bel volto sorridente di un uomo sulla sessantina mi fissava da una foto a colori. Aveva allegri occhi azzurri, capelli brizzolati pettinati all’indietro e un sorriso aperto e accattivante. In gioventù doveva essere stato un vero dongiovanni. Le mie sopracciglia scattarono di nuovo verso l’alto e per un attimo persi la mia consueta imperturbabilità. Alzai lo sguardo e fissai il giovinastro dall’altra parte del tavolo. «Questo è suo padre?» gli chiesi con aria incredula.

«Patrigno. Mia madre l’ha sposato in seconde nozze.»

Brutto, piccolo ingrato. L’impulso di squarciargli la carotide era molto, molto forte.

«E, sentiamo: perché desidera la sua morte?»

«Non… non credo che questi siano affari che la riguardano, monsieur Atropo. Lì c’è tutto: indirizzi, orari, tutto quello che mi aveva chiesto di procurarle. È disposto a eseguire il lavoro o no?»

«Abbiamo detto sei milioni di franchi, metà prima e metà a lavoro svolto, se non sbaglio.»

«Esatto. Riguardo alle modalità… ehm…»

Gettai sul tavolo il fascicolo, facendo trasalire il ragazzino davanti a me, poi, pian piano, mi tolsi gli occhiali scuri e gli regalai un’indimenticabile occhiata con i miei occhi speciali.

«Sì?»

Lui perse irrimediabilmente il filo del discorso. La bocca gli si spalancò di nuovo, mentre io non potei fare altro che sorridergli per comunicargli tutto il mio disprezzo.

«Ni-niente… Faccia lei… Se potesse sembrare morte naturale lo preferirei, ma naturalmente non sta a me… lei saprà di sicuro…»

«Appunto.»

«Lei… lei pensa che io sia un mostro, vero? Beh, voglio dirle che il mostro è lui. Lui mi soffoca, m’impedisce di esprimere la mia… il mio potenziale! È avaro, subdolo, non ha fatto altro che farmi sentire… sbagliato per tutta la vita…»

Diavolo, quel sentimento lo conoscevo bene, ma dubitavo che il giovane Lambert stesse parlando con cognizione di causa. Era soltanto ansioso di mettere le mani sull’ingente patrimonio di papà per comprarsi quelle cose che la sua debole personalità non gli permetteva di conquistarsi da solo.

Gli allungai un foglietto con le mie coordinate bancarie, poi mi alzai dalla sedia.

«Avrà presto mie notizie, Lambert. Voglio quei soldi sul mio conto entro una settimana al massimo. Le consiglio di non fare il furbo con me.»

«Non… non ne ho nessuna intenzione.»

Inforcai di nuovo gli occhiali scuri, raccolsi il fascicolo e lasciai il locale, sentendo il desiderio irrefrenabile di fare una doccia il più presto possibile.

 

Sapete, preferisco di gran lunga ora che i progressi della tecnologia mi permettono di avere rapporti molto più impersonali con i miei mandanti. Loro mi presentano un progetto; io lo valuto in termini di fattibilità e di convenienza, poi decido se accettare o no. Come vi ho detto nel precedente volume, l’unico limite che mi pongo sono le stragi: di quelle, non ne voglio sapere niente. Troppo caotiche e rumorose. Ne ho avuto abbastanza di quelle compiute per conto mio, grazie.

Adesso, almeno, non mi trovo costretto ad aver a che fare con persone disgustose come Lambert Junior. Quella sera, quando sono tornato nella mia camera d’albergo, ero in preda a un disagio che mi ha infastidito moltissimo. Non mi permetteva di concentrarmi a dovere sulle modalità del lavoro. E non mi ha permesso nemmeno di dormire bene come al solito. Continuavo a vedermi davanti quell’irritante, disgustoso giovane contrapposto al bel viso aperto del padre. Avrei dovuto agire in modo rapido e impersonale, possibilmente senza nemmeno rivolgergli la parola.

Non si sarebbe accorto di nulla ed io avrei intascato i miei sei milioni di franchi per mezz’ora di lavoro.

Le cose, come spesso accade, andarono in maniera molto diversa.

 

L’orrido figlio mi aveva procurato una mappa dettagliata della casa paterna, una villa sul promontorio di Nizza, a poca distanza dall’hotel La Pèrouse, altro gioiello dell’ospitalità nizzarda.

L’avevo studiata con diligenza, e alla fine avrei saputo muovermici anche a occhi chiusi.

Appena la prima tranche del pagamento fu al sicuro sul mio conto, decisi di mettermi in moto. Era inutile aspettare, volevo lasciarmi prima possibile quella spiacevole faccenda alle spalle.

Una sera, dunque, m’introdussi nel giardino della villa scavalcando con un semplice balzo il muro di cinta. Due enormi cani accorsero per darmi il benvenuto, ma, come vi ho detto, possiedo una buona capacità di comunicare con gli animali. Dopo pochi istanti erano entrambi accucciati ai miei piedi a farsi grattare sotto la gola come adorabili cuccioloni. Per un attimo ricordai il mio Zwart, ma m’imposi un ferreo controllo sulle mie emozioni. Non era il momento di lasciarsi andare al sentimentalismo.

Disattivai l’allarme con molta facilità, poichè il figlio di Lambert mi aveva fornito persino i codici, ed entrai nella villa immersa nell’oscurità e nel silenzio. Portavo con me la pistola, ma solo come precauzione nel caso qualcosa fosse andato storto. Per eseguire il lavoro avevo intenzione di usare una semplice siringa riempita d’aria. Una bella iniezione in vena, un embolo sparato dritto al cervello, e sarei potuto tornarmene a Parigi quella sera stessa.

 

Ero penetrato in un grande salone, dalle cui vetrate si poteva godere di una splendida vista su tutto il golfo. Immaginai che fosse così, almeno; a quell’ora della notte, il mare si confondeva con il cielo in un’unica lastra nera. Mi aggirai per un po’ per la stanza, osservando mobili e quadri, finché giunsi nei pressi di una grande cassettiera antica, sormontata da una lussuosa specchiera. Sul mobile, appoggiate al lucido piano di marmo, erano disposte decine di fotografie in cornici d’argento. Le passai in rassegna una a una, rendendomi ben presto conto di una cosa: la maggior parte di esse rappresentavano una donna piacente a varie età e un bambino biondo che identificai subito come il figliastro. C’erano immagini di lui da solo, sorridente in braccio al padre, con la donna delle altre foto, almeno una decina. Tutto indicava che fosse stato un bambino molto fortunato e molto amato. In particolare rimasi colpito da una foto di Lambert senior assieme al figlio, su uno sfondo campestre, in cui il fotografo li aveva colti abbracciati, un sorriso estatico sul volto del padre. Ricordo di aver sollevato la cornice e di aver contemplato a lungo l’immagine, chiedendomi come fosse possibile che un bambino apparentemente così benvoluto si sarebbe trasformato, vent’anni dopo, nell’assassino del proprio stesso padre.

 

«Eravamo in Camargue, in quella foto. È anche la mia preferita.» La voce, profonda ma un po’ tremolante, giunse dalle mie spalle, facendomi trasalire ed estrarre la pistola con un movimento fulmineo. C’era un uomo seduto su una poltrona, nei pressi del camino spento, ne potevo scorgere la sagoma immersa nell’ombra. Era come se si fosse materializzato dal nulla: ero certo che non ci fosse, quando mi ero introdotto in casa, una ventina di minuti prima.

«La aspettavo, lo sa? Non esattamente lei, ma qualcuno come lei. Si accomodi, la prego.»

Rimasi per qualche istante in piedi davanti a lui, come una sagoma nera nel buio, poi rinfoderai la pistola e mi sedetti sul divano alle mie spalle.

«Le dispiace se accendo l’abat-jour? Mi piacerebbe vedere in faccia chi si occuperà della mia dipartita, almeno dal lato pratico.»

Esitai per un attimo, ma glielo concessi. Non sarebbe potuto andare da nessuna parte per raccontare che aspetto avevo, poco ma sicuro.

Quando la luce calda e soffusa rischiarò il salone, rivelandoci l’un l’altro, rimanemmo a fissarci per qualche istante, lui con un’espressione di educata sorpresa, io con la mia solita facciata impassibile. Non che non fossi sorpreso anch’io, intendiamoci, anche se stavo tentando di impedire a me stesso di provare la benché minima emozione.

«Scelta interessante, direi. Questa volta mio figlio ci ha azzeccato in pieno, devo ammetterlo. È lui che l’ha mandata, vero?»

Di nuovo, che senso aveva mentire?

Annuii, ma non riuscii a trattenermi dal chiedergli come facesse a esserne così sicuro e soprattutto così tranquillo a riguardo.

«Quando ho visto sul conto il movimento di una cifra così grande, non ho avuto dubbi. Conosco mio figlio, monsieur. Lo conosco bene, purtroppo. Non ha importanza. Sono malato, ho il cancro, morirei comunque tra pochi mesi. Si vede che si è stufato di aspettare. Anch’io, in fondo.»

«Nelle foto… sembrate volervi bene…»

«Oh, io gliene ho voluto tanto. Gliene voglio anche adesso, moltissimo, ma in lui è sempre mancata la capacità di affezionarsi fino in fondo alle persone. Non lo biasimo, non è colpa sua. È nato così. E per quanto lui mi accusi, non è nemmeno colpa mia o della donna che gli ha fatto da madre nei primi vent’anni della sua vita.»

«Suo figlio non mi piace, monsieur, non mi è piaciuto fin dal primo istante, lo ucciderei con molta soddisfazione e non voglio essere accomunato a lui in nessun modo, desidero che questo sia chiaro. Tuttavia sono un professionista, non posso permettere ai giudizi personali di interferire col mio lavoro, quindi dovrò portare comunque a termine l’incarico che ho accettato, anche se non le nascondo che la cosa mi disturba.»

«Perché? In fondo non mi conosce, non sa niente di me.»

«Conosco la sua biografia nei minimi dettagli. So della sua abilità negli affari, della sua tenacia e anche della sua integrità morale, cosa che non è riuscito a trasmettere in nessun modo a suo figlio, temo. Nelle mani di quell’incapace, l’impero che ha creato con tanta fatica andrà a rotoli nel giro di pochi mesi, se ne rende conto?»

«Sì. Per questo l’ho estromesso dal mio testamento. A lui andranno soltanto le briciole, il necessario per garantirsi un’esistenza dignitosa, ma nulla di più. Non è cattiveria, semplicemente non posso permettere che il frutto del mio lavoro vada sprecato in questo modo.»

«Sono d’accordo.»

«Posso farle una domanda personale?»

«Non garantisco che le risponderò.»

«Perché? Arrivati a questo punto… pensa che potrei andare a raccontare i suoi segreti in giro?»

«No. In effetti no. Che cosa vuole sapere?»

«Lei non è umano, vero?»

«No. Non lo sono. Sono un vampiro.»

Lo vidi chinare il capo contro la mano, poi sentii una lieve risata sfuggirgli dalla gola. «Accidenti… mio figlio mi vuole bene, allora.»

«Perché dice questo?»

«Beh, avrebbe potuto trovare una mezza tacca qualunque disposta ad eseguire il lavoro per poche migliaia di franchi… invece è andato a scegliere niente meno che un vampiro, un vampiro autentico. Dimostra una certa stima nei miei confronti, non crede?»

«Temo che dimostri soltanto il suo bisogno di avere la certezza assoluta che il lavoro vada a buon fine. Per questo mi scelgono tutti, anche se costo caro.»

«Non ha mai fallito?»

«No, mai.»

«Non ha mai nemmeno esitato?»

«No.»

«Allora sono in buone mani. Se fosse possibile, vorrei non soffrire troppo. Il dolore fisico mi terrorizza, la morte no.»

«Non si preoccupi, di questo. Non sentirà quasi niente.»

«Grazie.»

«Stia zitto, sto per ucciderla, non dovrebbe ringraziarmi.»

Mi alzai in piedi e mi avvicinai. Lui mi osservava con lo sguardo tranquillo e curioso che aveva mantenuto per tutta la conversazione.

«Potrebbe dare un messaggio a mio figlio, quando lo rivedrà?»

«Non lo rivedrò ed è un bene, per lui. Lo ucciderei seduta stante. Raramente, nella mia lunga esistenza, mi è capitato di avere a che fare con un essere tanto repellente. Mi dispiace, dovrà rinunciare al suo messaggio.»

«Pazienza… Volevo solo fargli sapere che mi dispiace per come sono andate le cose e che nonostante tutto gli voglio bene.»

«Lei è uno stupido, lo sa, Lambert? Quell’essere merita soltanto una morte lenta e dolorosa, non il suo affetto.»

«Forse. Ma non si può decidere chi amare. Lei ci riesce, monsieur…?»

«…Atropo. Così mi faccio chiamare, e dovrà bastarle. Io cerco di non amare nessuno.»

«Oh. Questo è triste. E ci riesce?»

«Non del tutto, purtroppo, ma ci sto lavorando. Monsieur Lambert, ho un aereo per Parigi tra meno di due ore. Temo che sia venuto il momento di congedarci.»

«Ah. Certo. Peccato, lei è una persona interessante. Sarebbe stato istruttivo conoscerla in circostanze diverse.»

«Il sentimento è reciproco. Forse sarebbe meglio che ci spostassimo in camera da letto.»

«Sì. Vorrei solo che fosse giorno. Per guardare il mare.»

«Mi dispiace, io lavoro di notte. Venga, monsieur Lambert. Facciamola finita.»

Si alzò dalla poltrona, ma barcollò per un attimo. Sarebbe caduto, se non lo avessi sostenuto per un braccio.

«Grazie. Pensavo sarebbe stato più semplice.»

Sospirai e mi lasciai sfuggire un “Anch’io” che gli strappò un lieve sorriso.

 

 

Ci avviammo fuori dal salone, lungo un corridoio e raggiungemmo la sua camera. Altre foto appese alle pareti, su uno dei comodini; quello dalla sua parte era ingombro di farmaci e di libri. Lambert si sedette sul letto, impilò alcuni cuscini contro la testiera di ferro battuto e poi ci si appoggiò, congiungendo le mani in grembo. Stava tremando.

«Come ha deciso di…» mi chiese. Anche la voce era tutta un tremito.

Estrassi la siringa dalla tasca del trench e gliela mostrai. Gli vidi arricciare il naso in una smorfia di disgusto.

«Odio gli aghi. È una fobia che ho da sempre. Non potrebbe… Io pensavo che…»

«Cosa? Che l’avrei morsa? Non mescolo mai il lavoro al mio sostentamento, mi dispiace. Vedrà, è solo questione di qualche attimo. L’ho fatto altre volte.»

Mi sedetti sul letto accanto a lui e gli arrotolai la manica del pigiama. Le sue braccia erano magre: la malattia lo stava davvero consumando.

«La prego, preferirei che usasse il suo sistema. E poi, pensi questo: la Polizia andrà completamente nel pallone, nel ritrovarmi morto dissanguato, e mio figlio se la farà sotto per la paura.»

Non potei fare a meno di sorridergli.

«Questo è un aspetto da tenere presente, in effetti» dissi.

«Vede? Lo sapevo che anche lei aveva il senso dell’umorismo, anche se si sforza tanto di apparire imperturbabile.»

Avevo già riempito d’aria la siringa. La fissai per un attimo, poi la appoggiai sul comodino, sopra un romanzo di Wilbur Smith.

Lui parve rilassarsi e mi sorrise ancora.

«Grazie.»

«Le ho detto di smetterla di ringraziarmi. Adesso si rilassi, monsieur Lambert. Si sentirà scivolare via. Credo che non sarà troppo spiacevole.»

 

Stavo per chinarmi su di lui, ma mi sorprese con un gesto che per me aveva dell’incredibile: mi tese la mano per stringere la mia. Rimasi a fissarla per un lungo istante, poi, lentamente, mi sfilai il guanto di pelle nera e l’avvolsi con la mia. Lo vidi trasalire per un attimo, quando percepì il gelo della mia pelle, ma la sua presa si fece ancora più forte. Senza sottrargli la mano, infine, mi chinai su di lui e lo morsi con delicatezza ma a fondo, in modo che l’emorragia fosse da subito massiccia e la morte sopraggiungesse veloce. La sua stretta s’intensificò ancora per qualche istante, poi s’indebolì sempre di più, assieme al battito del suo cuore. Quando tutto fu compiuto, sfilai la mano dalla sua, raddrizzai il suo corpo contro i cuscini e gli abbassai le palpebre sugli occhi vacui. Spensi l’abat-jour sul comodino, mi avviai verso la porta e gli augurai la buonanotte per l’ultima volta.

 

 

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Commenti: 2
  • #1

    Claudia (lunedì, 06 gennaio 2014 14:53)

    Ricordo molto bene questo episodio, perché mi colpì parecchio durante la prima lettura, ed è un peccato che sia stato sacrificato nel momento della pubblicazione. E' un momento interessante nella vita di Atropo, perché mostra le complicazioni e le contraddizioni della sua vita da sicario. Non sempre Raistan ha modo di scegliersi i suoi clienti, e questa è una delle occasioni in cui avrebbe preferito fare fuori non la vittima designata, ma piuttosto il mandante. Purtroppo, però, fare un'eccezione in questo caso avrebbe significato non solo mandare a puttane la sua reputazione, ma anche andare espressamente contro il suo imperativo morale di "non provare emozioni", che è ciò che permette a Raistan di fare quello che fa, in fondo.
    Eppure, anche se Raistan porta a termine il suo compito, lo fa con innegabile umanità, stavolta. Accontentando l'uomo in ogni sua richiesta e dandogli una morte quasi... poetica, e nello stesso tempo uno schiaffo morale al figlio.

    Un ultima cosa, che tristezza il figlio che desidera la morte del patrigno e mi ha fatto riflettere ciò che dice quest'ultimo: "in lui è sempre mancata la capacità di affezionarsi fino in fondo alle persone. Non lo biasimo, non è colpa sua. È nato così." Esistono veramente persone così e a volte mi viene da pensare che ne conosco una personalmente. Purtroppo.

  • #2

    LuciaG (lunedì, 06 gennaio 2014 16:10)

    Mi è dispiaciuto molto dover sacrificare questo pezzo, ma succedeva una cosa strana, tra i primissimi lettori, quelli che hanno letto il libro senza tagli: in diversi mi hanno detto che, forse proprio per la sua intensità, faceva perdere il filo del discorso e spezzava la narrazione del presente. Non che mi abbiano detto proprio queste testuali parole, ma da come me ne parlavano era come se si svegliassero tutti da una specie di sogno, e non sapevano più dov'erano. Se è una cosa bella per un racconto, non lo è altrettanto per un aneddoto.
    Al momento della revisione me ne sono accorta anch'io. Quando l'ho finito non sapevo più dov'ero arrivata nel quadro generale. E quindi, anche se a malincuore, ho dovuto dire addio a monsieur Lambert. Però gli ho reso onore in un altro modo, visto?
    Grazie del commento, Claudia.